La poetica di Patrizia

Accostarsi alla pittura di Patrizia Nigro è come ritrovare un baule nascosto nel solaio ed aprirlo con curiosità, dopo aver esitato un istante mentre la mano ci scivola sopra a tastare la superficie.

E’ aprire una porticina ben nascosta sotto le radici di un immenso albero, come accade in alcune fiabe, mentre alcune fate svolazzano intorno scampanellando.

Ed addentrandoti nei suoi lavori, personaggio dopo personaggio, ambiente dopo ambiente, non puoi dubitare di ciò che hai davanti: i visi sono tutti lì, che ti fissino o che guardino altrove, sono tutti lì.

Ce li hai davanti, chiari, lucidi, palesi, anche sfacciati, se vogliamo.

Volti timidi e volti sicuri, tutti comunque senza esitazione. Da un primo sguardo, sembra che tutto sia semplice e lineare, senza ombre o messaggi velati.

Uno sguardo che ti fronteggia e che vuole dialogare, una figura ferma, quasi bloccata a mezz’aria mentre stava vivendo il proprio momento.

Ma se hai davvero gli occhi per immergerti nei quadri, puoi trovarti a fantasticare sulle trame e gli innesti che creano le opere.

Perché uno sfondo non è sempre un semplice sfondo, non sempre è un qualcosa di minor valore rispetto al soggetto: ci sono labirinti minuscoli, ensemble di materiali ed intenzioni, parole e poesia; piccoli germogli che parlano sottovoce rispetto al tono altisonante dei protagonisti dei dipinti.

Raccontano forse il vero cuore che si è lasciato rinchiudere nella cornice, con tutti i messaggi, le inquietudini e le illuminazioni che porta con sé. Un paesaggio che sa svelare con calma i propri segreti, solo a chi vuole davvero farsi rapire da ciò che ha davanti.

Il colore arriva anch’esso senza dubbi: forte, pieno, così denso che a volte può sembrare piatto.

Fasce e perimetri monocromatici, netti tagli di ombre e luci, come se l’immagine prima d’essere una figura fosse una serie di oggetti, frammenti di carta colorata sovrapposti. Ed il mistero e la bellezza è che la vita viene creata da qualcosa di geometrico ed inanimato.

Toni caldi e sfrontatamente brillanti, escursioni tra brillanti e lucciole fanno breccia tra drappeggi cupi e pareti di nero profondo, quel buio che è profondo come l’abisso. Nel tutto, è un viaggio da questo preciso istante, a ritroso fino a degli albori primordiali. Come la storia di tutti i bimbi che crescendo smarriscono la luce dell’innocenza, e giorno su giorno vengono stretti da una morsa vitale che ingrigisce e ti sfibra nell’andare.

Il sogno però esiste ancora, e pare forte e vivo, nel lasciarsi cadere e nel non cadere mai del tutto. E filtrano le luci, s’accentuano i colori oltre il velo scuro.

 

Esiste la determinazione, la speranza e la follia del sgusciare oltre ed imprigionare il nero che stritola.

 

Davide Vettori

musicista-scrittore